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Storia Bianchina

Per risalire alle origini del marchio Autobianchi non si deve risalire alla fine degli anni cinquanta, con la presentazione ufficiale e la produzione della Bianchina, ma si deve tornare alla fine del secolo scorso, quando un laborioso artigiano meccanico di solo venti anni d'età, di nome Edoardo Bianchi fondò, nel 1885, l'omonima società.
Nei primi anni la produzione si limita soltanto alla costruzione di cicli e tricicli, ma per Edoardo il futuro dei trasporti è già ben chiaramente orientato nei motori e nel 1887 arriva a fabbricare il primo triciclo a motore. 
L'idea piace e l'intraprendente Edoardo continua gli esperimenti e produce, nel 1901, la prima vera automobile Bianchi, spinta da un propulsore monocilindrico De Dion – Bouton di 8 CV.
Il grosso successo conseguente spinge il rampante Edoardo ed il socio Franco Tomaselli ad approntare il primo vero stabilimento, in via N.Bixio a Milano ed a fondare, nel 1905, la Società per Azioni Fabbrica Automobili e Velocipedi Edoardo Bianchi & C. 
La capacità di anticipare quelli che sarebbero diventati gli orientamenti futuri dei potenziali clienti permette a Bianchi, attraverso un'equilibrata diversificazione dei modelli, di offrire alla clientela una versatile gamma di vetture in grado di accontentare tutte le esigenze motoristiche, potendo contare su una scelta di ben cinque nuovi motori diversi, con potenze comprese tra i 20 ed i 70 CV.
Edoardo non si limita alla produzione, ma avendo capito quanto fosse importante la pubblicità indiretta derivante dalle nascenti competizioni motoristiche, prepara delle vetture per partecipare alle competizioni più importanti dell'epoca. 
La scelta si rivela quanto mai felice ed anche i risultati sportivi ottenuti nella Coppa dell'Imperatore in Germania, nella Targa Bologna del 1908, nel record del miglio lanciato a Modena e nel Rally di Montecarlo del 1911 permettono all'azienda di farsi apprezzare e conoscere nel variegato e competitivo mercato dell'epoca. 
Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale obbliga la Bianchi a riconvertire la propria produzione, producendo autoblindo, autocarri, ambulanze e motori d'aereo del tipo 110\120 HP, in grado di soddisfare gli interessi bellici della Patria e solo nell'immediato dopoguerra riprende la produzione delle vetture destinate ad un'utenza particolarmente raffinata, esigente e sportiva, produzione che raggiunge il top con i due modelli di punta S4 di 1.300 cc e la successiva S5. 
Il dopoguerra, nonostante l'esito positivo del conflitto, mette gli italiani di fronte ad una pesante crisi economica ed il governo, applicando una pesante tassazione, per le industrie, sui sovrapprofitti del periodo bellico, contribuisce ad accrescere la crisi e la stasi del mercato automobilistico italiano. 
La stessa industria automobilistica si trovò di fronte una nuova realtà composta da una popolazione con pochi ricchi, un piccolo numero di persone appena benestanti e una gran massa di poveri il cui problema quotidiano non era certo rappresentato dall'automobile. 
Occorreva dunque tarare la produzione automobilistica costruendo non più macchine lussuose e costose, ma orientando i propri sforzi a vetture adatte al ceto medio, ai piccoli benestanti che iniziavano ad affacciarsi all'automobilismo, in concorrenza con i veicoli tradizionali. 
Ed è infatti in questo periodo che in Italia compaiono le prime proposte di utilitarie minimie, quali la Temperino, la Vaghi e la Petromilli. 
Il vulcanico Edoardo, intuendo le difficoltà del mercato automobilistico decide di riconvertire parte della produzione automobilistica ed impegnarsi nella fabbricazione di moto. 
Da buon imprenditore l'intuizione è quella giusta dato che il mercato motociclistico sta attraversando un momento più dinamico di quello automobilistico e permette maggiori possibilità e spazi a chi ha idee e voglia di cimentarsi in nuove avventure. 
L'intuito e la fortuna non sono i soli ingredienti del successo dell'azienda Bianchi, Edoardo, memore della pubblicità indiretta derivata dalle gare sportive automobilistiche, decide di investire e di puntare anche sulle gare motociclistiche ed è a questo punto che la fortuna gli dà una mano, facendolo incontrare ed ingaggiare lo sconosciuto Tazio Nuvolari e contribuendo a creare il binomio sportivo Bianchi & Nuvolari. 
Il mantovano, dotato di non comuni doti di coraggio e spericolatezza, in sella alle moto Bianchi prima ed alle auto poi, diventa subito vincente e con il suo coraggio e le sue insuperate doti contribuisce a costruire ed a portare alla ribalta internazionale il nome Bianchi. 
Sono di quel periodo la prima vittoria al Circuito del Tigullio del 1924 e la partecipazione alla prima edizione delle Mille Miglia. 
E' il momento d'oro della Bianchi, caratterizzato dalla produzione di moto con soluzioni meccaniche raffinatissime e da vetture prestigiose ed ambitissime, quali la splendida S8, vero gioiello di meccanica, caratterizzata da un propulsore di 8 cilindri in linea da 2.9 litri e da una potenza di 85 cavalli e 4000 giri\minuto. 
La S9, presentata tra il 1934 ed il 1935, è l'ultima vettura prodotta veramente in grande serie dalla Bianchi, ma i risultati di vendita sono inferiori all'aspettative, dato che si trova ad essere commercialmente compressa tra il grande successo della Lancia Augusta e il lancio della più moderna Aprilia, auto che monopolizzarono, in quegli anni, il mercato automobilistico italiano e saturarono la fascia medio alta di mercato a cui la S9 si rivolgeva. 
Purtroppo grigie nubi si stanno addensando sull'Europa e le capacità tecniche e costruttive dell'Italia motoristica devono adeguarsi alle restrizioni imposte e riconvertirsi in tutta fretta per far fronte alle richieste belliche della nazione. 
La Bianchi, dichiarata stabilimento ausiliario, è subissata di commesse governative per la costruzione di autocarri, motociclette, biciclette, motori per teleferiche e gruppi elettrogeni. 
Gli autocarri Bianchi, soprattutto il Mediolanum ed il Civis, sono tra i più diffusi ed apprezzati nei servizi automobilistici dell'Esercito, mezzi indistruttibili che continuarono il loro lavoro, a scopi civili, anche durante la ripresa e fino agli anni sessanta. 
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale degli stabilimenti Bianchi, in viale Abruzzi a Milano, bombardati dagli alleati, rimane solo un triste cumulo di macerie e la consapevolezza di non poter riprendere l'attività per dare corpo ai progetti dell'azienda. 
La contemporanea scomparsa di Edoardo, nel 1946, unita ad una generale situazione di povertà, instabilità e recessione, che certamente non favoriscono la commercializzazione di auto lussuose come quelle fino ad allora prodotte, convincono il figlio di Edoardo, Giuseppe, a puntare tutto sulla produzione di biciclette, primo vero e diffuso mezzo di trasporto popolare dell'Italia post-bellica. 
La produzione di biciclette inizia nei nuovi e moderni stabilimenti di Desio, vicino a Milano, e dà un po' di ossigeno all' azienda : la bicicletta “azzurra” diventa ben presto famosa essendo la bicicletta di campioni del calibro di Fausto Coppi ed altri. 
Il successo commerciale del settore biciclette e la conseguente pubblicità consente alla dirigenza di rialzare la testa, di non sprecare anni di esperienza motoristica e di bagaglio tecnologico e di avere la necessaria copertura economica per iniziare a lavorare sul primo progetto di produzione post bellico, un'autovettura media molto simile alla Fiat 1400, modello che però non vedrà mai la luce, nonostante i prototipi fossero già stati approntati. 
Per cercare di far decollare l'azienda si decide allora di utilizzare in maniera diversa gli impianti di Desio, scorporandone l'attività ciclistica ed incaricando il dinamico Direttore Generale, ing. Ferruccio Quintavalle di avviare lo studio e la progettazione di una vettura utilitaria con motore a quattro cilindri, in grado di coniugare soluzioni tecniche raffinate con un costo di produzione e di vendita contenuto ai minimi livelli. L'ing. Quintavalle si rese ben presto conto che gli investimenti necessari per portare avanti un progetto ex novo del genere sarebbero stati troppo onerosi ed insostenibili per la Bianchi e decide quindi di perseguire l'unica strada possibile per salvare la gloriosa società : appoggiarsi a grossi gruppi industriali quali Fiat e Pirelli, capaci di fornire l'indispensabile supporto organizzativo, economico e produttivo per lo sviluppo di una nuova vettura utilitaria. 
Viene così creata la nuova società Autobianchi, parieteticamente costituita, presso lo studio del notaio Guasti, l'11 gennaio 1955 con un capitale iniziale di solo 3 milioni di lire (corrispondenti a circa 50.000 euro attuali ). 
Con una fortunata intuizione di mercato, lo staff dell'Autobianchi, individua una piccola, ma pur sempre significativa nicchia di mercato e propone in chiave industriale quello che numerose carrozzerie artigianali come la Moretti e Vignale, stanno già facendo da anni : assemblare una nuova carrozzeria sugli organi meccanici preesistenti di un altro modello, realizzando quindi uno dei primi sinergismi in campo automobilistico, entrando nella storia quali capostipiti di un nuovo mercato e superando in un sol colpo le incognite ed i costi legati ad una progettazione globale ex novo. 
L'organizzazione produttiva di questo matrimonio a tre prevede che la casa torinese fornisca la base meccanica della Fiat 500 all'Autobianchi, che avvalendosi anche della collaborazione dell'ing. Luigi Rapi, responsabile del reparto carrozzerie speciali della stessa Fiat, produce la carrozzeria e provvede ad assemblarla, mentre la Pirelli fornisce i pneumatici per le vetture. 
Mentre per la Pirelli è abbastanza intuitivo il vantaggio di questa collaborazione, guadagnare un ulteriore fascia di mercato per la vendita dei suoi pneumatici, per la Fiat si tratta invece di una concorrenza interna, con difficoltà di gestione e rapporti commerciali, soprattutto nei primi anni tra Desio e Torino. Ed allora perché questa scelta di farsi concorrenza diretta in casa da parte della Fiat ? La motivazione è molto semplice: l'Autobianchi sarà destinata a produrre serie limitate e speciali delle vetture utilitarie Fiat, andando quindi a conquistare quote di mercato fino ad allora appannaggio solo di carrozzerie artigianali quali Vignale, Moretti, Monterosa ecc. 
Quindi, negli intenti dei massimi dirigenti Fiat, nessuna concorrenza in casa con la Fiat 500, proprio in quei tempi in fase di progettazione finale, ma la ricerca di una clientela diversa, limitata nei numeri. Purtroppo, per la dirigenza della casa torinese, l'analisi di marketing è completamente sbagliata e la risposta dei potenziali clienti sarà completamente diversa e coglierà tutti impreparati. 
Solo negli anni successivi la casa torinese utilizzerà l'Autobianchi come banco di prova e come palestra per la sperimentazione e per la produzione di vetture concettualmente e tecnicamente innovative (come la Primula , la prima vettura a motore trasversale e trazione anteriore ) sperimentazione che, se condotte sotto l'egida del marchio Fiat avrebbero potuto, in caso di eventuale insuccesso, offuscare l'immagine ed il prestigio della prima casa automobilistica nazionale. 
Per la produzione della Bianchina vengono costruiti i nuovi stabilimenti di Desio, su una superficie di 140.000 metri quadrati , stabilimenti modernissimi ed innovativi, con impianti di produzione molto avanzati, in grado di soddisfare una produzione giornaliera di 200 Bianchine Trasformabili, prima vettura prodotta dalla neonata società e così chiamata in omaggio alla prima auto costruita da Edoardo Bianchi nel 1899 e mossa da un monocilindrico di 5 CV. 
Il ciclo produttivo degli stabilimenti consente di costruire una vettura ogni 8 minuti ed all'avanguardia mondiale è il ciclo di verniciatura, con le cabine vernici isolate dal resto della struttura, sormontate da enormi impianti di aerazione, con un innovativo sistema di filtraggio ad acqua per il recupero e la depurazione dell'aria. Le scocche verniciate vengono poi portate in un capannone dove sono “essiccate” con un sistema di potenti caldaie ad aria calda. 
L'accordo con la Fiat e la Pirelli , se di fatto ha dato una nuova linfa ed una boccata di ossigeno alla Bianchi, nella realtà comporta la scomparsa della Azienda Edoardo Bianchi come fabbrica di automobili, dal panorama mondiale. 
Anche le altre attività dell'Azienda Bianchi non hanno maggior fortuna, il perdurare della crisi del settore motociclistico conduce nel tempo, al rilevamento della maggioranza azionaria Bianchi da parte dell'IMI e negli anni settanta alla liquidazione totale dell'Edoardo Bianchi e delle sue variegate attività industriali. 
Le quote dell'Autobianchi appartenute all'Azienda Edoardo Bianchi sono, all'inizio degli anni sessanta, acquistate dalla Fiat e nel 1968 l'Autobianchi , con delibera del 30 marzo 1968, viene trasformata in Azienda Fiat con sede secondaria a Milano. 
Sparisce così definitivamente e repentinamente un nome ed un marchio che ha caratterizzato e contraddistinto la realtà industriale italiana degli ultimi settanta anni.